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| LA VIBRAZIONE CHE CHIAMATE VITA |
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| Pensieri&Racconti | |||||
| Scritto da Elda Lenzi | |||||
| Martedì 08 Marzo 2011 17:11 | |||||
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LA VIBRAZIONE CHE CHIAMATE VITA
Una cosa tutti accomunava. Non sapevano nulla del giorno che stava arrivando. Se questa consapevolezza li avesse accompagnati nell’attimo in cui chiudevano gli occhi ogni sera, avrebbero percepito la propria finitudine, la precarietà di ogni gesto o pensiero. Xaver aprì gli occhi prima di tutti gli altri. Lo sapeva e lo sentiva. Ogni giorno. Usciva così, con lo sguardo ancora perso nella notte, dal silenzio della sua voce, della sua vita. Nessuna parola lo accompagnava da anni. Nessun suono usciva dalla sua bocca. Solo silenzio. Pensieri. Ricordi confusi. Sensazioni. E la certezza di aver perduto una parte del suo corpo, da qualche parte, tanto tempo prima. Esther chiuse il libro, la cui ultima parola rimase ancora per diversi minuti incisa nella mente. A volte, percorrere le vite degli altri, attraverso le pagine di un libro, serve a ritrovare noi stessi od a trovare quel punto esclamativo che mancava alla nostra storia. Accarezzò dolcemente il ciondolo appeso al collo. Il profumo dei semi di cumino le sfiorò lievemente le narici. Si alzò dalla poltrona. Era l’ora di andare. Di chiudere il cerchio. Arrivò davanti alla fortezza alle prime luci dell’alba. Non c’era nessuno in giro, non ancora. Soldati e mercenari dormivano dello stesso sonno, come quello di tutti gli uomini, anche di quelli che avevano ucciso, di quelli che avrebbero ucciso. Si avviò verso il portone ed un istante prima di toccare il pomello che lo chiudeva, vide il biancore delle pietre che la circondavano riempirsi di rivoli di sangue. Come le nervature di una foglia, strie rossastre riempivano i solchi tra una pietra e l’altra. Nessuno poteva vederli. Tranne lei. Scorrevano lente ma lei non le temeva. Non temeva più i segni che guidavano il suo cammino. Nello stesso istante Xaver si staccò dalla propria ombra e nel farlo sentì il tremore percorrergli il corpo. Una rabbia improvvisa guidò i suoi gesti. Sentiva Esther che stava arrivando. Nessuno dei due poteva più rimandare. Il tempo era arrivato. Quando la vide controllò a stento il suo tremore. Sapeva che sarebbe accaduto. Ma non sapeva quando. Non così presto. Esther lo guardò fisso negli occhi e lui non chiese neppure come avesse fatto ad entrare. I conti in sospeso si devono sempre chiudere. E questo valeva per tutti. Ma non immaginava di ritrovarla così, di sentire in lei tutta quella forza. Provò a parlare, per ferirla come aveva sempre fatto ma poi ricordò di non poterlo fare. Questo era ciò che era rimasto in lui di quella notte. Il marchio a fuoco sul suo corpo per ciò che aveva commesso. Esther stranamente sorrideva ed il suo sorriso faceva sentire Xaver ancora più debole e lei ancora più forte. Lentamente gli si avvicinò e gli appoggiò una mano sulla fronte. Xaver sentì l’odore del cumino e capì. Ricordò la notte in cui lo aveva sentito sprigionarsi dal ciondolo di quella donna che tremava sotto di lui. Il tremore della mano di Esther e della testa di Xaver si unirono ed invasero ogni muscolo dei loro corpi al punto che entrambi temettero di cadere. Ma questo non accadde. Solo la mente di Xaver fu riempita, attraverso il tocco di quella mano, di tutti gli orrori commessi, fino a rivedere le immagini del male che le aveva fatto. Avrebbe voluto urlare e scappare ma una forza misteriosa e potente lo tenne fermo, lì, davanti a lei. Lei non parlava, sapeva che ogni parola sarebbe stata inutile,sprecata. Solo la coscienza del proprio orrore può salvare gli uomini e lei, anche se Xaver non lo sapeva, era lì per quello. Non c’era più odio nel suo cuore né per lui né per nessuno. E se per la maggior parte delle persone saldare i conti ha quasi sempre a che fare con la violenza, per lei era tutt’altra cosa. Ciò che faceva tremare Xaver non era paura né dolore, ma solo la forza immensa, irresistibile, devastante, dell’amore e del perdono che gli trasmetteva quella mano sulla sua testa.
Esther continuò a guardarlo sedendosi accanto a lui. Lo strinse a sé. Una pace infinita, indescrivibile li avvolse. Xaver alzò lo sguardo verso di lei e pianse. Di tutte le lacrime del suo passato. Di tutte quelle che aveva causato. Sentì che dal fondo della gola nuovi suoni e nuove parole stavano sorgendo. Ma non aveva fretta di ascoltarle. Ora aveva tempo. Tutto il tempo per vivere, senza fare morire. Esther e Xaver chiusero gli occhi e si addormentarono. I loro corpi stavano quieti. Non c’erano più dolori. Non c’erano più paure. 2011-03-08 Elda Lenzi
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 14 Aprile 2011 12:39 |






Quando tutto questo entrò nel suo cuore, la vibrazione che accompagnava i suoi gesti da tanto tempo iniziò a placarsi. Finalmente, accettò quel tremore che non era mai riuscito ad accettare e che lo aveva trasformato in un violentatore. Non accettare i propri dolori può trasformarci in carnefici nell’illusione di farli sparire. Adesso vide crollare tutti gli alibi ed una stanchezza infinita si impossessò delle sue gambe facendolo scivolare a terra. Ma sentì finalmente il suo corpo. Risentì che era vivo senza bisogno che facesse violenza ad alcuno.

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