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| Rinuncio a essere consolato, perché in tanti non vivono più |
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| Pensieri&Racconti | |||||
| Scritto da Janni Luan Cajku | |||||
| Giovedì 17 Febbraio 2011 12:16 | |||||
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La memoria e i ricordi aiutano a vivere con dignità ma il mondo si è rifiutato di ascoltare, altrimenti non si spiegherebbero i genocidi che sono avvenuti nel dopoguerra
Il 27 gennaio è la giornata della memoria, (Shoah: definisce nella sua interezza il genocidio della popolazione ebraica d'Europa) ricorrenza istituita dal Parlamento italiano nel 2000, per ricordare e per non dimenticare che odio e intolleranza possono diventare tragedia. Ogni anno si organizzano vari eventi e si allestiscono delle mostre per rinfrescare le memorie di alcuni, e far conoscere ad altri, alla nuova generazione, una realtà ormai passata, ma che in nessun modo bisogna dimenticare. Lascio la mostra portando con me delle sensazioni astruse, sicuramente, ma eccezionalmente non sono sconcertato come le altre volte. La mano sinistra la controllo molto bene. Immagini inconsueti si sono incollate alla mia mente e viaggiano insieme a me, mi accompagnano per le vie di Milano fino a raggiungere “Ripa di porta ticinese”. Certi pensieri fanno le prove, tentano di raggiungere le mie memorie, ma questa volta sono più prudente. Se non altro ci provo. Giro a destra ed entro nel mio bar preferito: “Roxy Bar”, è quasi vuoto, ma basta la presenza di Patty, la mia vicina di casa, per distrarmi. La mano sinistra non mi preoccupa affatto. Patty, è davvero divertente. Mi racconta, per l’ennesima volta, che vive di reddito, mentre in realtà sappiamo benissimo che lei fa la puttana, e, a quanto pare, guadagna abbastanza bene per permettersi un appartamento di lusso e pagare le cure per la sua mania di persecuzione. Lascio il bar. Ancora pochi metri e arrivo a casa. Un signore prende a parolacce un ragazzo. "Barbone! Portalo via quel cane, ma prima pulisci bene la merda che ha lasciato per terra. Tu, e gli altri come te, fatte schifo. Insieme ai vostri cani avete sporcato e rovinato Milano. Vergognatevi barboni del cazzo" Le finestre delle case intorno si aprono molto velocemente. Sui balconi sono già visibili le prime persone che si affacciano per curiosare lasciando le porte aperte come bocche stupite. Milano apolide, spesso assomiglia a qualche villaggio della provincia di Tirana. Dove per le donne il pettegolezzo è l’unico mezzo per uccidere la lunga e dolorosa attesa, come il ritorno dei mariti da qualche squallido bar, inzuppati di grappa da quattro soldi. Ormai sono fermo e osservo attentamente questa scena che mi porta direttamente a casa mia, senza nessuna fatica. Risparmiando lo stress del viaggio, e soprattutto non dovrò parlare della mia vita con tutti, e dare spiegazioni a quei curiosoni dei miei parenti.
Una bandiera insolita ondeggia in un luogo atipico della Milano sconfinata. Ha lo sfondo blu con un triangolo rettangolo giallo e una fila di stelle bianche a cinque punte allineate lungo l'ipotenusa. Vengo attratto da quella bandiera. La guardo a lungo. Una signora si affaccia alla finestra dove è appoggiata la bandiera. Lei, sposta un vaso che regge delle piante secche. Non è molto distante, appena appena riesco a contemplare il suo viso. È abbastanza giovane. Lascio la timidezza ferma sul marciapiede, prendo il coraggio in braccio e mi avvicino. Caccio una voce disarmonica, i gesti sono goffi, ma sufficienti per dialogare con la signora che non comprende l’italiano. Fiumi di parole incomprensibili fuoriescono dalle sue labbra distese come un panno sotto il ferro da stiro. Non ha un bel sorriso. Noto che uno dei trentasei denti luccica, è coperto d’oro. Potrebbe essere un indizio, ma non mi basta per capire, anzi: mi confonde ancora di più. Inaspettatamente, al volo, afferro una parola, sono al corrente, ovverossia: condivido con la donna Sarajevo. La donna mi ha appena dato la risposta che cercavo. Bosnia-Erzegovina: la sua storia e la sua bandiera hanno qualcosa di famigliare dato che richiamano nella mia mente uno stato neonato a me molto caro. Oggi è il 17 febbraio, il giorno in cui il Parlamento kosovaro ha proclamato l'indipendenza unilaterale dalla Serbia. Dovrei essere felice. In realtà lo sono, ma questa felicità non può strapparmi dalla mente e dal cuore l’incubo di quei giorni passati, il rumore cupo e prolungato delle armi, la confusione della gente in fuga, gli odori della gente morta, le grida delle donne violentate e dei bambini rimasti orfani, i silenzi delle preghiere, il freddo dei corpi in fin di vita, il bisogno disperato di un aiuto che non arrivava mai. Tutto è incancellabile.
Dannazione. La mano sinistra riprende a tremare come una volta. Pensavo di essermi liberato da questa oscillazione un bel po’ di anni fa. Quando percepisco questa sindrome capisco subito che dietro la semplice commozione provata si nasconde qualcosa di molto più profondo, ma non cosi misterioso. Kosovo. Quante sofferenze, quante lotte per la libertà negata, in quanto testimone di quella realtà sconcia che si nutriva di vite umane. Mentre ci penso, il mio viso viene oscurato dall’ombra del dolore. La mano sinistra. Ah che fitta! Non ci riesco a tenerla ferma. Ecco perché a volte evito di pensare a quell’intervallo di tempo. Ma, ormai…, ormai è troppo tardi. Mi è impossibile non soffrire, non provare un dolore indicibile di fronte a una tale crudeltà. Un brivido tagliente ormai mi ha raggiunto il cuore, e ha risvegliato in me quei ricordi che certe notti vivono di nuovo in me. Quei “flashback” non mi lasciano dormire. Sono i miei più opportuni sogni oppressivi. Mi appartengono, sono parte della mia vita. Sono realtà amare, ma sicuramente il dolore più grande è l’indifferenza degli uomini che pian piano stanno cancellando quei momenti di dolore. Si sono datti alla fuga e si aggrappano alla superficialità della vita, tralasciando ciò che la storia potrebbe insegnare. La descrizione meticolosa di quella foto, che pensavo di aver mollato, in quel salone (dove era allestita la mostra “Per non dimenticare”), ritorna a mettere sottosopra i miei pensieri. La mano sinistra continua a vibrare. Quella foto mi tormenta insistentemente.
A rendere così popolare questa foto è la presenza di un bambino, anche lui ha le braccia alzate: è minacciato da un nazista che gli punta contro il mitra, ha un berretto troppo largo sulla testa. Il suo sguardo è perso, il suo viso è segnato dallo spavento, ha le gambe nude, i calzettoni tirati fino alle ginocchia. Una donna vicino a lui è carica di borse, anche lei ha le braccia alzate, il viso l’ha girato verso i militari, con lo sguardo sembra voler fulminare il nazista che punta il mitra contro il bambino. Il contesto è il ghetto di Varsavia durante la rivolta, e la successiva liquidazione, nell'aprile 1943, riporta alla perfezione lo spopolamento forzato dei Kosovari dalle loro case. Furono costretti dalle forze serbe a intraprendere un percorso ignoto e pericoloso per le loro vite. Non sapremo mai se il bambino della foto, che tiene con fatica le braccia alzate, fosse figlio della donna che gli sta vicino. Ma sappiamo con certezza che lui è figlio del dolore e delle ingiustizie. Lui si lascia sfuggire la sua nazionalità, e diventa figlio di un mondo ingiusto.
Foto paragonabili a questa, che segnalano e fanno conoscere altre realtà simili, sono messe non so dove per far sì che gli uomini, quelli rimasti in vita, non abbiano un ricordo di quella “megalomania disumana” che non molto tempo fa piombò sul popolo del Kosovo. Queste testimonianze vanno conservate. Servono a dare luogo alla lotta per la libertà e il pieno riconoscimento dei diritti dei popoli, e in particolare per il diritto dello Stato del Kosovo, a vivere in libera democrazia e in sicurezza. Fuori dai pericoli imminenti della Serbia, la quale non si è ancora rassegnata al fatto di aver perso il controllo su una terra che non gli è mai appartenuta, bensì ha usurpato e violentato ingiustamente. Fa male, molto male, sapere che la maggior parte dei colpevoli ancora oggi ruotano intorno al Kosovo a piede libero. Non sono mai stati puniti per aver messo in atto le rappresaglie disumane contro la popolazione kosovara. Fanno ridere, e lasciano a desiderare, le istituzioni e le varie associazioni kosovare o albanesi (soprattutto quando esercitano la loro funzione all’estero), quando il 17 febbraio organizzano delle “serate” (feste fatte di canti e balli, e invitano i partecipanti, stranieri compresi, ad abbuffarsi di cibi e bevande), sono prive di un nesso logico con il vero e palesato bisogno del Kosovo. La sua triste storia ha un disperato bisogno di farsi conoscere a chi è ignaro dei fatti realmente accaduti. Giustifichiamo, capiamo, lodiamo, condividiamo e partecipiamo con gli ebrei quando vogliono ricordare per non dimenticare che odio e intolleranza possono diventare tragedia.
Le istituzioni hanno il compito di rendere omaggio alle vittime e di proteggere le future generazioni da deliranti ideologie ispirate dall'odio razziale. Elie Wiesel, il Premio Nobel per la Pace, sostiene che: il razzismo è insensato, e l'antisemitismo un'infamia. Non dobbiamo consentire che il nostro passato diventi il futuro dei nostri figli. Per i morti ormai è troppo tardi, ma non lo è per i “vivi” e che la memoria per loro è ricordare, è l'unica cosa che ci può aiutare a vivere con dignità, onore e magari anche gioia 2011-02-17
Janni Luan Cajku
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Novembre 2011 13:14 |









Commenti
p.s. anch'io "tremo" e leggerti mi ha fatto piangere.
In Italia come in altri paesi si scende nelle piazze e si raccolgono firme a gogò per questioni anche abbastanza insignificanti, quindi la gente è stanca.
Finche il popolo non si metterà d’accordo, e avere un pensiero libero, se deciderà a disintossicarsi dall’informazio ne impura, l’Italia come un po’ in tutto il mondo ne avrà ancora di soffrire.
I nuovi arrivati diventeranno peggio di quelli appena andati se non verranno controllati.
PS: Non c’è cosa di più triste quando un popolo soffre, soffre e chiede , ha bisogno di Memorie.
Grazie!!!
Occhi di uomini, occhi di donne. Occhi asciutti per i figli già morti perchè il più piccolo potrebbe essere ancora vivo. Occhi aggrappati ad una speranza, inchiodati alla rabbia vitale per non precipitare nello sprofondo del dolore.
Occhi senza più lacrime alla ricerca di parole che potessero dare a tutto questo un senso. Sono tutti questii occhi Janni, che mi hai fatto ricordare.
Un abbraccio grande.
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